BIOGRAFIA
Sono nata a Napoli, il 24 novembre 1956. Primo maestro è stato mio padre.
La mia infanzia in campagna.

Non ero imbronciata. Mangiavo uva e frutti di bosco e andavo alla ricerca di uno spazio tutto mio.
Quando scendevo in paese, come una piccola divinità della caccia, difendevo le mie prede, ch’erano i miei sogni.
Le mie cugine, vedendomi così conciata, non sapevano se invitarmi a giocare o diffidare di me, ma altrettanto pensavo io di loro: le vedevo creature molto strane.
Non parlavo molto: mi piaceva osservare gli altri che si divertivano, ma mi domandavo cosa li facesse veramente divertire, se si divertivano e quali erano i valori in cui credevano.
Anche se la vita in campagna mi insegnava tante cose, all'età giusta ho lasciato la collina per andare a scuola.
Era la scuola dell'obbligo, e mia madre non vedeva l'ora che finisse, per far di me una casalinga o una sarta, le uniche cose che contavano nei piccoli paesi.
Alla licenza elementare esordii con un bel canto all'Ispettrice "O sole mio!": ero l'unica alunna dell'Istituto a poter osare tanto. Infatti, un insegnante riferì ai suoi colleghi che solo io potevo riuscirci, disse, infatti: "Solo la figlia di Nunzio Arletti, un mio carissimo amico, può toccare quelle note!..sapeste che voce aveva suo padre, quand'era giovane!…(e in quel tempo mio padre davvero l'aveva bella e forte).
Mia madre non voleva che io continuassi le scuole. A lei bastava che conseguissi la licenza elementare.
Volevo morire!
Grazie a mio padre, che amava la cultura, fui iscritta alle scuole medie, e non delusi nessuno dei due.
Erano bei tempi gli anni sessanta. Con le mie compagne di scuola quanti progetti, studi e divertimenti! Era il tempo della bella musica, e non mi vergognavo di camminare in paese, fiancheggiata dalle mie compagne di scuola, con una chitarra a tracolla, facendo finta di saper suonare. Eppure le scuole stavano per finendo e non si parlava di Scuole Superiori: il denaro non c'era…bisognava, come si suol dire, aiutare a portare il carretto!
Avevo folti capelli, un viso che voleva emergere, ma a volte anche nascondersi… la verità è che non sapevo che cavolo fare della mia vita: non la capivo.
Niente scuola, niente fidanzatini, niente di niente …ogni tanto andavo ad aiutare una sarta del paese, racimolando qualche soldo ed imparando anche un mestiere… "impara l'arte e mettila da parte".
Ci scappava anche qualche giorno di spiaggia ( il mare di Licola) che m' abbronzava la pelle. Ma il sole più cocente, che snervava il mio fisico e il mio spirito, era il sole della campagna. Per la raccolta dell'uva, dei frutti e della legna, c'era da farsi neri e non per il sole: la polvere si appiccicava dappertutto.
La sarta, sentendo e risentendo la mia voce, un giorno mi disse: Annamaria, hai una bella voce, vuoi cantare in pubblico? Nella festa patronale vi è una serata dedicata alle voci nuove. … ci provai.
Ed eccomi una cantante, all'età di tredici anni.

Capii ben presto che dovevo lavorare e non solo d'estate. Appena ritirata la licenza media, subito fui indirizzata verso una fabbrica che cuciva sottovesti per l'Oriente. Meno male che uscì un posticino per me in una scuola privata: la scuola voleva uno studente, io volevo una scuola, e così accontentai capre e cavoli.
…Che bello! Ero nuovamente in un'aula scolastica. Davanti ad una telescrivente sognavo trame da scrivere.
Un giorno il professore mi sorprese. - Ma che scrivi? Non sono le esercitazioni che ti ho dato io!
- No, professore. Sto scrivendo un romanzo!
- Ah! bene. Ci sono anch'io tra i protagonisti?
- Proverò a darle un ruolo!
- Grazie! - disse il professore e aggiunse - cerca di non farmi morire troppo presto, perché ho solo venticinque anni.
Da quel giorno, il professore non chiedeva più niente, vedeva solo i chilometri di strisce che scendevano dalla mia telescrivente. Alla fine della giornata il mio cestino era sempre il più pieno.
Romanzo o non romanzo, ero diventata veloce e scrivevo a tastiera cieca. Vinsi il primo premio, che allora erano "cinquemila lire".
All''età di quattordici anni mi chiedevo se davvero avessi la vena di scrittrice.
Vena o non vena, anche i tre anni di scuola professionale terminarono.
Di certo non potevo scrivere storie mie, ma un lavoro mi portò a leggere le storie altrui, quando fui assunta in un Ufficio Investigativo.
Curiosa, come lo sono sempre stata, tra scandali di amanti, prove di tradimenti e grane con la finanza, mi sentivo a mio agio in quell’archivio strampalato. Ne avevo, infatti, da scrivere sull'umanità, e così strofinai una mano nell'altra e continuai la mia corsa…verso la narrazione.
Mentre leggevo le storie altrui e sognavo quale potesse essere la mia, nella mia famiglia qualcosa stava cambiando: i miei due fratelli partivano come volontari, uno dopo l'altro.
Vedevo valige, sentivo discorsi diversi dal solito, e la mia città mi sembrò d'un tratto non solo piccola e stretta, ma quasi estranea a me stessa, poiché percepivo sofferenze ed incertezze future.
Per soffrire di meno o fingere che tutto andava bene, parlavo anch'io di partire, ma raccontando i sogni che facevo.
- "Si sa dove si nasce, non si sa dove si muore" - diceva mia madre, ad ogni sogno che le raccontavo.
A saper dove morire ci sarà tempo, dicevo io, ma fatemi almeno partire! Tuttavia l'unico treno sul quale mi fu permesso di salire si trovava su dei binari morti… almeno ci avevo provato, e il brivido del saluto ai parenti era stato forte!
Il lavoro di ricerca è stato sempre il mio pallino, purtroppo dovetti lasciare il lavoro investigativo, e mia madre fu contentissima quando riuscì lei stessa a trovarmene un altro, senza perdere tempo.
Secondo lei, mi aveva sistemata! Non solo, ma pensava anche a farmi occupare il poco tempo libero che mi restava.
"Potresti fare la parrucchiera".
Ci giocavo molto con la mia capigliatura, perché era folta. Creavo acconciature da mettere "la testa sul comodino" e rimetterla il giorno dopo.
Non potevo pensare solo al lavoro, che era anche monotono, così, vedendo mio padre dipingere, volevo provare anch'io.
- Non rovinare le tele, che costano! – mi rimproverava mia madre.
- Come sarebbe, rovino le tele! - mi difendevo io, giustificandomi poi, come tutte le ragazze che lavoravano. - Prima di tutto le compro con i soldi miei.
Riuscii a comprarmi anche un vecchio pianoforte e a seguire alcuni mesi di lezione da un maestro. Mia madre di nuovo a lamentarsi…sperava che quel pianoforte si rompesse, giacché l'avevo comprato usato, ma quel pianoforte era come i Carabinieri, fedele nel tempo.
Ce ne volle di tempo, per dire ai miei famigliari…
Mi sento un'artista! Lasciatemi fare!

L'artista, però, doveva fare i conti con i genitori che invecchiavano e che, lavorando la terra, non avrebbero mai lasciato il paese natio. Un duro lavoro per i miei genitori e un difficile ruolo per me.
Gli angoli di paese che si allungavano verso la periferia si modernizzavano in fretta, rispetto al centro storico, infatti, al centro della piazza scendevano ancora le capre dalle colline, tappezzando la via dei loro ancora naturali bisogni.
" E questo è un paese in cui deve vivere un'artista!"
(Dicevo a me stessa)
"Che cavolo scrivo! " Voglio evadere! Evadere! Evadere!
La prima cosa da fare è prendere la patente, altrimenti dove e come evado, dicevo a me stessa.
"L'uccello che vuole volare, vuole morire”,
avvisò la voce materna.
Meglio morta che stupida a vita. - risposi a mia madre.
Con la patente di guida e un'auto usata iniziai a trasportare tele, telai, colori e alla fine anche i miei dipinti...le mie prime commissioni.
Negli anni settanta il paese si popolava di gente estranea alla cultura contadina, mentre i giovani del paese, non trovandovi futuro, emigravano o si arruolavano, come avevano fatto i miei due fratelli qualche anno prima.
In quel clima di degrado e di abbandono, in cui era caduto il mio paese, le mie aspettative sembravano davvero impossibili da realizzarsi.
Avevo cercato di migliorare nel lavoro, diplomandomi in ragioneria, con una faticosa scuola serale. Volevo fare lavori di segreteria, ma a detta del datore di lavoro ero un elemento importante alla macchina da cucire e così, alla caparbia decisione dei superiori, presentai le dimissioni.
La crisi di valori, in cui avevo creduto fino ai trent'anni, mi avvicinò alla cultura religiosa, molto fiorente nel mio paese negli anni ottanta. Dipingevo e operavo in parrocchia e sembrava davvero aver trovato il mio equilibrio, ma qualcosa si preparava all'orizzonte.
<Sognano per sopravvivere o vivevo il mio sogno?>.
I miei sogni mi perseguitavano: più li volevo sconfiggere, per sentirmi libera, più si realizzavano. Alla fine mi sono arresa…sogni per sogni, vado a vedere se tra le mura di un monastero si vive più profondamente che nella società laica…
"Era la stessa cosa"
…donne erano fuori e donne erano dentro, era solo la chiamata diversa, ma io che chiamata avevo?
La mia anima ha sofferto molto, sia prima di entrare in convento, sia quando ho dovuto abbandonarlo, perché di nuovo mi sono chiesta: ed ora che si fa? Sono davvero un fallimento!
Una suora mi consigliò di diplomarmi in Scuola Magistrale, per potermi inserire in qualche asilo. Studiai da pazzi…in pochi mesi riuscii a sostenere 19 esami. Rimandata in due materie, a settembre riparai.
Si prospettava un anno di duro tirocinio nelle scuole materne.
I bambini si aggrappavano a me, non appena mi vedevano. Erano felici di giocare e parlarmi delle loro cose; insegnavo ai meno intraprendenti e creativi a scrivere il loro nome e le prime frasi…usando forme conosciute, per costruire le lettere dell'alfabeto. A quel punto anche i piagnucolosi e i timidi si accorsero che non era impossibile scrivere, se tutto era fatto con gioia e serenità, come in un gioco.
Sul finire dell'anno, le insegnanti, vedendo le mie qualità, mi consigliarono di iscrivermi a Scienze Religiose. Ancora tirocinante di Scuola materna, mi recai alla segreteria dell'Istituto di Scienze religiose.
- Come mai tanta fretta? - mi chiese il segretario. - Lei è la prima iscritta.
- Odio i ripensamenti! M’iscriva subito! La mia anima decide sempre prima della mia testa…purtroppo sono fatta così.
Dopo tre anni e trenta esami, mi diplomo con 110 e lode e con una tesa finale sull'Arte Sacra, che dieci anni dopo pubblico.
Tra progetti artistici e lavori occasionali è andato via quasi un terzo di secolo…ma il tutto si era svolto nel ristretto ambito cittadino.
Sentivo di poter fare di più, così, convinto anche mio padre, eseguo una riproduzione di un dipinto dell'Ottocento, al Museo di Capodimonte (Napoli). Per 15 giorni andavamo insieme a mio padre, prendendo due bus, per ritornare a casa nel primo pomeriggio.
Mia madre non aveva capito neppure allora che stavo facendo sul serio, ma almeno mio padre era fiero di me.
Dipingevo per i Padri Vocazionisti, per i paesani che conoscevano già mio padre, ma il denaro dei miei otto anni di fabbrica erano orami finiti, in libri e rette da pagare a Scuola.
Dovevo pensare ad un lavoro sicuro, perciò mi preparo, contro la volontà di mia madre, ad un concorso nel Ministero dell'Interno, che mi avrebbe portata a Milano, se l'avessi vinto.
Nell'attesa di notizie, nel 1995, avendo stilato una relazione artistico-religiosa per i dipinti di una Cappella, un giornale locale, “il Giornale di Pianura” mi invitava a curare la rubrica d’arte sacra, offrendomi l’opportunità di commentare i miei dipinti.
Ricevendo apprezzamenti dai paesani, sugli articoli e sulle stesse opere, confidavo subito ad un sacerdote di voler scrivere un libro che avrebbe trattato l’arte sacra dal punto di vista dell’artista e non del critico d’arte: volevo dire io cosa sentivo, quando dipingevo.
Alla fine di un complesso lavoro letterario, cerco aiuto dal Giornale di Pianura per la pubblicazione del libro, ma alcuni collaboratori mi demoralizzano al punto che devo rinunciarvi.
Niente libro, niente notizie di concorso, cerco di avere supplenze di religione, ma la baraonda che si crea alla Curia Vescovile di Pozzuoli mi demoralizza ancora di più…alla fine, come una folle, dico a me stessa:
"Voglio fare una cosa grande… cosi che o ci riesco o muoio!
Detto fatto…le notizie da Roma sono avvilenti. La graduatoria era bloccata…addio Milano e addio posto sicuro, che per noi napoletani o comunque del sud è come un terno al lotto.
"Non hai niente da perdere, buttati in quell'opera grande che vuoi fare".( sento dire dentro di me)
Nel 1997, non volendomi convincere di essermi “tirata addosso la sfortuna”, passo dalle parole ai fatti, e, dopo quel coraggio da sudare "sette camice", presento un progetto artistico letterario in onore del Venerabile don Giustino Russolillo, fondatore della Congregazione Vocazionista, mio paesano e morto in concetto di santità.
Timorosa, semmai avessi offerto vacuità, illusione, facevo leggere la bozza del mio progetto al responsabile e attendevo impaziente la risposta. Pessimista o stanca, non so, ma mi aspettavo più un no che un si, ma se Dio si fosse adirato con me, perché ci giravo troppo intorno, senza mai centrare il bersaglio! Questa la mia paura maggiore.
Si! Il progetto si può realizzare, ma non facciamo propaganda! - mi dice il religioso.
A Pianura di Napoli la Casa editrice Vocazionista, per onorare il suo fondatore, mi finanziava il progetto: 30 opere pittoriche che ne descrivevano la vita e le gesta.
Per due anni mi ero quasi trasferita in quel monastero di Pianura, in una stanza, a dipingere e a scrivere per una persona pia che non ho conosciuto fisicamente, essendo morta un anno prima della mia nascita.
I Padri Vocazionisti mi raccontavano alcuni particolari della vita del loro fondatore, mi facevano vedere vecchie foto che ne ritraevano la fisionomia, ma chi mi parlava dei suoi sentimenti, per delinearne gli sguardi, quando nessuno era stato lì a sentirlo e a fotografarlo? Erano quelle le emozioni che io volevo portare all'attenzione del pubblico, cioè cosa si prova, come si vive la personale santità …non tanto il visto e il saputo, ma la fatica esistenziale, spirituale del pio religioso.
Quante volte ho sospirato…"Ma vuoi veramente che io dipinga di te? Mi vedi mentre dipingo o mi sto inventando tutto?…sospirava il mio cuore, nella solitudine d'una stanza di quel monastero.
Al decimo dipinto pensai di essere superba e che non avrei dovuto fare una cosa così impegnativa…al ventesimo dipinto pensai di essere addirittura una peccatrice, che volevo unire il mio nome a quello di un santo, al trentesimo ed ultimo dipinto si ammalò gravemente mio padre…appena in tempo per concludere tutti i dipinti, che mio padre vide e ammirò, e mantenere così le promesse e gli impegni presi.
Alla fine del 1999 le 30 tele sono esposte per la prima volta, alla vista del pubblico, nella chiesa rinascimentale di San Giorgio martire (Pianura), dove ricevevo chiare espressioni di gradimento.
Nell’occasione presento il libro autobiografico dal titolo
“CONFESSIONI DI UN ARTISTA”




Intanto, mentre in casa volgevo il mio tempo e il mio cuore a mio padre, i pellegrini che ammiravano i miei dipinti iniziavano a chiedersi chi donna si era potuta chiudere in un monastero, per due anni, per dipingere la vita di un sant'uomo! Perché aveva fatto quell'opera tanto laboriosa. Volevano conoscermi, sentirmi parlare.
Dopo la morte di mio padre, NUNZIO ARLETTI, avvenuta nel gennaio 2001, sono convocata dal Postulatore della Causa di Beatificazione del Venerabile Don Giustino Russolillo per un’offerta di lavoro. Bisognava lavorare presso la loro Casa Madre (Pianura - Napoli). Le mansioni erano molteplici: archivista, bibliotecaria, addetta al Museo del Venerabile don Giustino Russolillo, al reliquiario, alla Pinacoteca (le mie 30 opere).
Quella donna, che la gente immaginava chissà come, perde a poco a poco quel velo di mistero: una donna come tante, che ogni volta raccontava la storia del Venerabile don Giustino Russolillo, descrivendone i dipinti che lei stessa aveva dipinto, ed il racconto non era mai lo stesso e mai monotono, come mai uguali erano le emozioni che provava lei stessa nel raccontare.
Non c'era più mistero, se mentre si parlava, mentre si raccontava, quella donna mostrava le sue insoddisfazioni, le sue debolezze, come chiunque altra donna di paese. Allora dove stava il carisma? Se quella donna si lamentava come tante altre, che non sapeva dove andare e che altro fare per rispettarsi e farsi rispettare…dov’era la mano di Dio?
Pian piano non solo la mia voce, ma anche i miei dipinti e i miei commenti lasciarono quel velo di mistero, per diventare un grido di aiuto, un lamento dei figli di Dio che sulla terra incontrano mille ostacoli per essere se stessi. Alla fine quei dipinti sembravano raccontassero più me che il santo, come mi fece capire un amico sacerdote.
Mi sentivo una donna sola, controcorrente, incompresa dai miei stessi parenti e dal Paese. A pochi confidai d'essere molto stanca, ma alla stanchezza si univa un grande sospetto, mi chiedevo, infatti, se i pellegrini miravano le scene da me dipinte o il rossore della mia faccia, quando ne spiegavo la storia, e il motivo di tale rossore.
Temevo la superbia, che brucia l'anima più del fuoco. Sarebbe stato meglio che altri avessero descritto quei dipinti, non io che li avevo dipinti.
Chi mi giudicava in un modo, chi in un altro, alla fine prego davanti alla Cripta del Fondatore; chiedo aiuto a Dio, mentre riprendevo, coi colori, sbiadite lettere di una lapide.
Don Giustino, fammi giustizia!!!
Non voglio confondermi con te…lascio la mia fede e la mia arte qui, in queste tele dipinte, che parlano di te, ma per me ci sia un'altra via.
Dopo il secondo giorno d'invocazione, trovo una lettera nella mia cassetta postale.
Che ci faceva il Ministero della Giustizia, se avevo fatto il concorso per il Ministero dell'Interno? Forse era un'irregolarità verso la giustizia? Una multa da pagare? Niente di tutto ciò. Erano passaggi di graduatoria tra i vari ministeri.
Ero stata assunta al Ministero di Giustizia.
Approdata a Milano, m'iscrivo all’Accademia dello Spettacolo, per specializzarmi in scrittura per lo spettacolo. Invio testi teatrali ai Premi Nazionali e deposito presso la SIAE (OLAF) le mie opere letterarie (singole e progetti). Conosco gente d'arte a Milano e riprendo alcune cose lasciate a Napoli, ma non era più come prima. A Napoli avevo lasciato la tomba di mio padre, mio educatore e mio maestro d’arte, i frutti del mio pensiero artistico e la comunità religiosa, per essere a Milano una semplice impiegata, e ringrazio Dio, poiché il lavoro non tutti ce l’hanno, ma, come à detto, la mia anima è sempre un passo più avanti della mia mente: non so perché, ma ho voluto rendere pubblica la mia storia.
Annamaria Arletti
Milano, febbraio 2008